sabato 3 ottobre 2015

Alex Fedele - FILE 003 - Cena a base di intuizioni

Passammo circa un’oretta a sistemare le nostre cose. Andrea era stato leggermente aiutato da Bianca e aveva cominciato a socializzare con lei.
Stavamo mettendo a posto le ultime cose, quando la voce della ragazza risuonò nell’aria, piena di un assordante silenzio.
«La cena è pronta! Tutti a tavola!» sentimmo dire dal piano di sotto.
Flavio arrivò con qualche minuto di ritardo. Una volta al suo posto sfogliò un vecchio catalogo di un mobilificio appoggiato proprio al centro della tavola. Approfittai di quel suo momento di distrazione per osservare Bianca e notai come in cucina si trovasse perfettamente a suo agio, tanto da muoversi con una tale velocità e con una tale destrezza da sembrare una donna consumata da anni e anni di preparazione di succulenti intingoli prelibati.
In quel momento mi domandai dove fosse la signora Moggelli, ma non osai chiederlo. Forse aveva avuto dei problemi di lavoro, o forse era in viaggio, chissà. Dopotutto, ero in quella casa da meno di due ore e fare troppe domande mi avrebbe fatto apparire come maleducato e invadente. La verità è che però la curiosità mi mangiava vivo.

«Allora Alex, quando inizierai ad indagare con mio padre? A scovare i criminali?» chiese Bianca sorridendo.
«Indagare … tsk!» disse con diffidenza Flavio. Ingoiò un boccone e continuò: «Mi darà solo una mano e imparerà le basi del mestiere, nulla più. Le indagini non sono certo un gioco da ragazzini».
«Lo credo anch’io» intervenni.
«Quindi la mia domanda è: Cosa sei venuto a fare qui?».
«Papà!» lo interruppe Bianca con un rimprovero.
«Credevo di aver già risposto» affermai disincantato. «Voglio diventare un detective, il migliore».
«Il migliore? Ma per favore». Bevve un sorso di birra e mi guardò con sufficienza. «Però sei fortunato. Hai davvero di fronte il meglio che si possa trovare».
Bianca fece una smorfia ed emise un gemito che per un attimo somigliò ad un risolino ironico.
«Sai, c’è un piccolo test che facevo alle nuove reclute quando ero in polizia» mi disse agitando vorticosamente il coltello con cui tagliava il filetto. «Posso farlo anche a te?» e assunse un ghigno che non mi piacque affatto.
Lo guardai intensamente negli occhi, poi gli sorrisi assumendo lo stesso ghigno. «Accetto. Di cosa si tratta?».


Bianca si illuminò in volto, mantenendo comunque un’espressione dubbiosa. Conosceva quel ragazzo da poche ore, ma vedeva in lui qualcosa di speciale. Forse era solo la sua impressione, ma Alex era molto diverso dagli ultimi ragazzi con i quali era uscita, tizi esteticamente avvenenti, ma con un cervello e una visione del mondo ridotta. Alex sembrava appartenere ad un’altra categoria di persone; c’era qualcosa che l’attraeva a pelle, forse il suo modo di fare, la sua determinazione, l’essere stato sfrontato fin da subito accettando quella sfida che lei conosceva molto bene e che aveva visto migliaia di volte mietere vittime spesso ipnotizzate dallo sguardo magnetico e dai modi rozzi di suo padre.


«Ecco di cosa si tratta» disse dopo essersi ingozzato di purè di patate. «In pratica dovresti, se hai davvero talento come sostengono, indovinare almeno tre cose su di noi».
«In che senso, scusa?».
«Indovinare tre cose di noi» allargò le braccia. «Guardandoci, chiaro? Ci conosci da circa due ore, dunque hai avuto modo di osservarci. Prendi appunti: la prima regola per un investigatore di successo è osservare in silenzio. Tu ne hai avuto tutto il tempo, dunque … stupiscimi!».
Lo guardai fisso e per un momento mi parve un marziano, o roba simile.
«Comincia pure con Bianca, se vuoi. È un buon esercizio per valutare le tue capacità deduttive e d’osservazione».
La ragazza mi guardò incuriosita e si portò una mano al mento scimmiottando chissà quale detective televisivo.
«Vediamo,» sussurrai squadrandola. Lanciai un’occhiata a mio fratello, che si espresse in un lungo e profondo sorriso. Poi il mio sguardo si posò sulla fioca luce dei lampioni che batteva sui vetri della finestra.
«Tu frequenti un istituto tecnico commerciale, non hai particolari interessi come la politica o il calcio, ma pratichi comunque uno sport, in quanto hai un fisico slanciato e atletico. Forse la pallavolo, peraltro in maniera costante. Inoltre,» e annusai l’aria «posso dire che ti sei tolta da poco lo smalto trasparente per le unghie»
Bianca rimase stupefatta e un bagliore di incredulità le balenò negli occhi.
«C - come hai fatto?» mi chiese spaventata,
Posai lo sguardo su di lei. «Prima ho visto che dal tuo zaino sporgeva un registro mastrino. Il registro mastrino è un registro della contabilità in cui sono riuniti tutti i conti, detti appunto mastrini, che compongono un dato sistema contabile. Considerando che, data l’età, non puoi essere certo una professionista, direi che frequenti quel genere di istituto nel quale se ne fa largo uso, perciò un tecnico commerciale, per l’appunto. Inoltre, prima in televisione il telegiornale ha mandato in onda un servizio sul calcio e tu hai cambiato immediatamente canale voltandoti spalle alla tv. Stessa cosa hai fatto quando hanno parlato di politica nazionale ed estera su un altro canale. I tuoi polsi, inoltre, hanno dei piccoli ematomi paralleli. Quel genere di lividi sorgono solo quando si gioca a pallavolo e si ripete per tante volte la manovra del bagher, per la cui esecuzione è necessario mettere le braccia tese davanti a sé e colpire la palla con la parte interna del braccio vicina ai polsi. Per finire, nell’aria si sente vagamente un odore forte. Potrebbe essere acetone» dissi prendendo il mio bicchiere. «Ho sbagliato qualcosa?» le domandai sorridendole.
«Ma … è incredibile! Sarai di certo di grande aiuto a mio padre!».
«Bah,» la interruppe Flavio. «Forse ha solo avuto fortuna. Forse vali meno di zero, non credi?» mi guardò con aria di sfida «Perché non ci provi con me? Ho tanta di quella esperienza che riesco a non far trasparire nulla ed è praticamente impossibile che tu possa …»
 «Sei stato dal barbiere non più di tre giorni fa» iniziai guardandolo con occhi inespressivi. «Curi i dettagli in maniera maniacale e ami indossare orologi diversi tutti i giorni. Probabilmente ne hai una vasta collezione in casa. Per caso ti sei tagliato, ultimamente? Forse con dei fogli di carta del tuo ufficio … ».
Flavio assunse uno sguardo stupito e le sua fronte si corrucciò visibilmente. Il suo viso, adesso, appariva come un enorme punto di domanda.


Chi era quel ragazzo? Come aveva fatto ad indovinare cose così poco evidenti? Non aveva avuto alcun indizio.
«Forse ha parlato con Bianca» pensò, ma poi si distolse subito: non poteva essere possibile. I due erano stati in contatto solo al momento dell’arrivo del ragazzo e sua figlia non avrebbe mai svelato al ragazzo il suo test. La conosceva troppo bene, non avrebbe mai tradito suo padre.


«Da cosa lo deduci?» mi domandò con calma olimpica.
«Oh, è semplice. Sulla parte posteriore del collo, vicino alla nuca, non è presente peluria. Inoltre si nota come sia stato passato il rasoio elettrico da poco e come il taglio sia ancora perfettamente regolare. Quindi devi esserti recato dal tuo barbiere di fiducia poco tempo fa.  Per il discorso degli orologi» dissi spingendomi all’indietro con la sedia «è stato ancora più semplice. Sul braccio sinistro, all’altezza del polso, hai l’orologio scostato. Si vedono dei segni di cinturino, ma se si guarda attentamente si nota che ci sono altri segni simili, ma dallo spessore e dalle fantasie diverse. Devi avere una collezione di orologi da qualche parte e li indossi a rotazione. Inoltre qualche ora fa, quando abbiamo parlato, le tue mani erano perfettamente curate, mentre ora hai un graffio sull’indice sinistro. Non essendo tu mancino, avendo visto che tipo di lavoro stavi facendo e considerando l’entità e lo spessore del taglio» mi sporsi in avanti «possiamo dedurre che nel prendere una delle tue pratiche hai fatto inavvertitamente scivolare l’indice sulla carta, provocandoti un piccolo taglietto verticale»
Flavio si guardò l’indice, poi fece un risolino ad occhi bassi e farfugliò: «Niente male. Davvero niente male».
Sorrisi beffardo e ripensai a quando, da bambino, facevo la stessa identica cosa con gli amici dei miei genitori. Lo consideravo un gioco interessante, quello di fingermi un mago e cercare di scoprire quanti più particolari possibili riguardo gli sconosciuti che incontravo con mamma e papà. Un mio vecchio compagno di scuola superiore, presentandomi ad alcuni suoi amici, una volta li avvisò: «Occhio, solo guardandovi vi dice tutta la vostra vita». La compagnia mi accolse con una certa diffidenza e molti evitavano addirittura il mio sguardo immaginando – probabilmente – che fossi una sorta di mentalist o quant’altro.
Ritornammo a mangiare. La cena si susseguì in chiacchiere veloci e piatti prelibati.
«Ho visto che hai portato parecchi libri gialli. Ti piacciono così tanto?» mi domandò Bianca.
«Mio fratello è una noia, con quei libri» rispose Andrea timidamente. «A volte legge così intensamente che si dimentica persino di mangiare o di dormire».
«Davvero? E qual è il tuo autore preferito? Di quel genere, intendo» mi chiese Flavio.
«Be’, naturalmente Arthur Conan Doyle. Il suo Sherlock Holmes era perfetto, un personaggio senza paragoni, un uomo incredibile dotato di un’intelligenza brillante» affermai.
«Be’, anch’io ho letto talvolta qualche giallo» rispose Bianca.
«Davvero?» domandammo all’unisono io e Flavio. La cosa buffa è che entrambi facemmo la stessa, identica espressione stupita e Bianca ci guardò perplessa.
«Certo papà, non mi hai mai visto?».
«Mah, è una vita che in quella libreria» disse indicando il salotto «ci sono capolavori di Allan Poe e della Christie e non li hai mai nemmeno sfogliati. Quando li hai letti? Di notte?».
Bianca arrossì.
«Ma … che cosa dici? Ogni tanto ho letto qualcosa e trovo siano interessanti! L’unico problema è che sono tremendamente lunghi e mi stanco prima che il detective sveli l’assassino».
«Ma questo è un grosso errore» le dissi.
«Uh?».
«Vedi, i gialli sono belli proprio perché assumono una certa lunghezza. Il percorso che porta alla risoluzione di un caso, gli indizi seminati dal colpevole, le incredibili deduzioni del detective di turno … non senti l’adrenalina?!» le domandai estasiato.
Mi guardò completamente stranita, poi poco convinta disse: «Sì, come no …».

Il resto della cena fu un vero e proprio interrogatorio nel quale io, Flavio e Bianca sembravamo rispettivamente colpevole, poliziotto cattivo e poliziotto buono. Ogni domanda mi era rivolta dall’uomo con un tono davvero, davvero aggressivo. Mi domandò della scuola e gli risposi che avevo appena completato gli studi frequentando lo stesso tipo di istituto di sua figlia e che in caso di fallimento come detective avrei proseguito il percorso di studi intrapreso iscrivendomi ad Economia.

In salotto, per fortuna, prestarono maggiore attenzione ad Andrea. Era incredibile come Bianca si mostrasse amabile nei confronti di mio fratello nonostante lo conoscesse da poco e nonostante lui le tenesse costantemente il muso. Ed era ancora più incredibile l’atteggiamento di Flavio,
Il detective si mostrava scorbutico, stoico e battagliero con me e con sua figlia, ma con Andrea si ammorbidiva e diventava un compagno di giochi, quasi tentasse di trasformarsi in un suo pari.
«Quindi tu fai scienze investigative, o meglio, ti sei solamente iscritto lì. Hai fratelli, sorelle, oltre a Andrea?» chiese all’improvviso.
«Sì, un fratello di ventuno anni».
«E di cosa si occupa?» mi domandò armeggiando con un pastello a cera azzurro.
«Studia anche lui, ma sta negli Stati Uniti».
«Ma è magnifico!» esclamò Bianca. «Che facoltà?».
Interrogatorio, ciak due.
«Ingegneria elettronica».
«Uao! Deve essere roba abbastanza … impegnativa» affermò Flavio.
«Sì, ma lui è molto bravo. Il suo hobby è quello di ottimizzare cose di tutti i giorni, ad esempio … vedete questo orologio?» dissi loro mostrando loro un affare interamente in acciaio con delle cromature bianche e nere ed un quadrante piuttosto grande. «Mio fratello l’ha smontato a pezzi così piccoli che mi ero rassegnato all’idea di perderlo per sempre» continuai sorridendo.
«E invece l’ha aggiustato?».
«Bianca, ora è una torcia, ha installato  il software di Google Maps all’interno, quindi funge da navigatore satellitare e in più anche da comunicatore».
«Da comunicatore?».
«Sì, funziona come un cercapersone, per intenderci. Ha una piccola scheda di memoria e una rubrica. Puoi selezionare la modalità on-touch e così il quadrante diventa un touch screen con tanto di menù. Basta scegliere il numero corrispondente alla persona e il gioco è fatto».
«Davvero fantastico!» esclamò Bianca. «Sembri il protagonista di un film!».
«E quale?» domandò ironicamente Flavio. «Guerre stellari?!».
Non faceva ridere. Per niente.

Verso le undici decidemmo di andare a dormire. Ci salutammo con un «buonanotte» sincero e ci chiudemmo nelle nostre stanze. Quella notte Andrea insistette per voler dormire con me. Bianca sorrise ed io fui costretto ad assecondare mio fratello.
Non dormii affatto quella notte. Pensavo alla cena, a mia madre in Giappone e a mio fratello negli Stati Uniti. Pensavo anche a mio padre in cielo.


giovedì 1 ottobre 2015

Alex Fedele - FILE 002 - Casa Moggelli

Bianca aprì la porta in mogano ed entrò. La casa si apriva con un corridoio abbastanza stretto, dove c’era solo un piccolo mobiletto con su un telefono fisso.
La ragazza ci fece strada dimostrando di essere un’ottima padrona di casa. Svoltò a destra e ci portò in una cucina abbastanza accogliente decorata con soprammobili rustici. Oltre al consueto piano di lavoro, con tanto di forno e quant’altro, c’erano la lavastoviglie e un tavolo, sempre di mogano, con al centro un contenitore di frutta finta. La stanza si chiudeva con una piccola poltroncina di colore rosso fuoco sistemata sul lato nord. Usciti dalla cucina, proprio di fronte a noi, c’era un salottino abbastanza spazioso, con un divano bianco ad angolo e una televisione al plasma ultimo modello. Proprio sotto la tv attaccata a muro vi era un uno splendido camino e una vetrinetta verticale incastonata nel muro che conteneva chiavi, ninnoli e fotografie in bianco nero. Non mancavano altre poltroncine e un tavolo interamente di vetro con alcuni posacenere e foto di famiglia datate in cui appariva un’altra donna stupenda almeno quanto Bianca.
«Vedi quei posacenere vuoti?» mi domandò Bianca. «Lascia che arrivi mio padre e diventeranno pieni. Tu fumi?» chiese scherzosamente.
«No, per niente».
«Meno male …».
 Alle spalle del divano ad angolo, verso sinistra, era posta una scrivania di legno antico che dava le spalle ad una grande vetrata, coperta da tende color salmone. Accanto ad essa, verso l’angolo più cieco della stanza, un’antica lampada ricamata con decorazioni bronzee molto eleganti.
Verso la parte destra del salottino sorgeva un’altra vetrata, poi c’era una libreria molto grande dove erano stati custoditi una moltitudine di libri che toccavano i più svariati argomenti e infine alcune piante che sentivano indubbiamente la presenza del tempo. C’era inoltre una scala di marmo che portava al piano superiore. Al secondo piano erano situate quattro camere da letto, due bagni e una piccola saletta esterna con panchina, tavolino e sedie. Una sorta di studio nel corridoio, praticamente. C’erano poi numerose finestre e diversi balconi. Scendemmo di nuovo al piano di sotto, con Bianca che continuava a parlare e con me che, in tutta sincerità, non le prestavo molta attenzione.
Ero molto impegnato ad ambientarmi in quella casa, ma soprattutto a considerare ancora l’opzione di andare via, fare una faccina dolce e salutare per sempre.
Alla fine del piccolo corridoio situato all’entrata c’era un’ulteriore  porta di legno, molto più vecchia delle altre presenti in casa. Quella, mi spiegò Bianca pazientemente, dava accesso all’ufficio investigativo.
«Si può …?».
«Vuoi entrare, eh?» mi chiese ironicamente.
«Be’, diciamo che non mi dispiacerebbe».

L’ufficio era arredato in modo abbastanza sobrio ed era alquanto spazioso.
Una scrivania di legno con delle sedie modernissime troneggiava in fondo alla stanza; un piccolo salottino era stato allestito ai piedi delle due sedie poste di fronte alla scrivania del detective. A tutto si aggiungevano una televisione attaccata al muro e rivolta verso la scrivania, una libreria con poche pratiche cartacee disposte in evidente disordine e fogli sparsi a terra, molti dei quali calpestati. A dire la verità mi sembrava tutto, davvero tutto, tranne che l’ufficio di un detective. Mi avevano detto che l’agenzia non andava come avrebbe dovuto e che attraversava un periodo di magra dovuto al carattere «instabile e rissoso» del responsabile, ma cercai comunque di far buon viso a cattivo gioco.
Verso il fondo dell’ufficio, a sinistra della scrivania, c’era un piccolo portoncino di legno. Doveva essere un’entrata secondaria della casa o qualcosa del genere.
«Allora, che ve ne pare?» ci domandò Bianca facendoci sobbalzare. Aveva parlato per almeno quindici minuti di fila, ma io non avevo praticamente ascoltato nulla.
«Tutto molto carino, complimenti» affermai educatamente.
«Sono contento che ti piaccia. Tu e tuo fratello dormirete in camere separate, ma comunque vicine. Va bene?».
«Certo, è perfetto. Ti ringrazio molto di avermi “guidato”»
«Di niente» rispose con un largo sorriso.

Il portoncino dell’ufficio si aprì improvvisamente. La chiave girò nella toppa e quando la serratura scattò mi ritrovai di fronte un uomo altissimo, che sfiorava sicuramente il metro e novanta. Era molto magro, direi longilineo. Aveva sicuramente qualche chiletto in più, che però non aggravava affatto la sua persona. La barba incolta gli incorniciava il volto e l’espressione tesa e aggressiva mi fecero immediatamente intuire chi fosse.
Alla nostra vista si sorprese, quasi non si aspettasse di trovarci lì.
«Bianca, cosa ci fai qui?» domandò con voce possente.
«Ciao papà. Stavo mostrando la casa ad Alex».
«Alex?» pronunciò il mio nome quasi con disprezzo. «Ah» continuò poi, «sei tu ragazzo?» mi chiese.
Gli tesi la mano per stringergliela, per presentarmi con educazione, ma lui la guardò con diffidenza e sorrise in modo sarcastico inarcando un sopracciglio e accomodandosi alla sua scrivania.
«Allora se non sbaglio,» prese in mano alcune carte «tu dovresti essere il ragazzino che il Ministero ha mandato qui, dico bene?».
«Sì».
«Be’ ragazzo, non hai l’aria tanto sveglia».
Che gentile, vero? Aveva subito instaurato un clima pesante e mi era già simpatico come un mal di denti il giorno di Natale.
Bianca aveva corrucciato la fronte e aveva risposto:
«Bel modo di accoglierlo … papà, sii gentile almeno con lui».
Flavio intanto si era tolto la giacca ed era rimasto in camicia bianca con cravatta nera.
«Che significa?» domandò a sua figlia. «Io sono sempre gentile. Piuttosto, oggi non hai compiti da fare?».
«Be’, certo, ma …».
«E allora falli, no?».
«Antipatico!» lo apostrofò facendogli una linguaccia.
Bianca si allontanò con un’espressione serena sul viso.
Cercai di convincermi che Flavio non fosse davvero così scorbutico, ma che fingesse per rafforzare un carattere normale che però lavorava in un ambiente particolare. Forse però stavo fantasticando troppo e mentre ero assorto nei miei pensieri la voce dura, rude e ferma dell’uomo mi richiamò all’attenzione.
«Come hai detto di chiamarti?»
«Alex» risposi.
«Alex, siediti di fronte a me e attendi un momento».
Feci come aveva detto. Flavio teneva la testa abbassata sulle pratiche, le esaminava, le spulciava minuziosamente e talvolta le correggeva a penna rossa. Poi alcune le strappava e le buttava nel cestino situato sotto la scrivania ed altre invece le riponeva in un cassetto. Il silenzio totale durò circa dieci minuti.
Poi, ad un tratto, il signor Moggelli cominciò a parlare sollevando lentamente la testa dalle pratiche e guardandomi fisso.
«Allora, Alex, spiegami» esordì. «Perché vuoi fare il detective?».
«Be’ vede signore, io …».
Mi interruppe.
«Non cominciare ad incantarmi con questi formalismi. Dammi del “tu” e chiamami Flavio»
«D’accordo» asserii. «Come dicevo, fare il detective è sempre stato il mio grande sogno».
Fece un mezzo sorriso, naturalmente sarcastico, prese fiato e rispose con una calma invidiabile.
«Quindi, tu ti sei trasferito da … da dove ti sei trasferito?» si sporse in avanti.
«Fondi».
«Dove si trova?».
«Provincia di Latina».
«Dicevo … ti sei trasferito da Fondi, piccola città ridente, a Torino grande metropoli, per coronare il tuo sogno? Buona fortuna, ragazzo».
«Cosa vuol dire?».
«Vedi, le pratiche che ho letto fin ora … riguardavano solo te. Qui c’è il certificato di provenienza del PSD, quella sottospecie di corso che hai frequentato nel quale l’unica cosa che fanno è rendervi ridicoli, alcune parole scritte dal commissario Gabriele Colarte e qualche articolo di giornale che parla di te, del tuo talento per i misteri e cose così». Si chinò in avanti posando i gomiti sulla scrivania e mi sorrise furbescamente. «Ho fatto qualche telefonata in giro e mi hanno detto che al PSD hai fatto scintille» il suo sorriso si accentuò e divenne inquietante. «Cosa spinge un ragazzino come te a … a volersi immischiare in un mondo complicato e sporco come quello degli investigatori?».
«Diciamo che ho sempre amato collaborare con la giustizia, con quella vera».
«Cosa vuoi dire?» sussurrò mantenendo il ghigno.
«Che mi piacerebbe garantire la vera giustizia».
«E cosa ti fa pensare che non tutta la giustizia sia autentica?».
«Be’ tante cose … »
Incrociò le braccia dietro la nuca. «Sei vago, ragazzo … perché non approfondisci e mi fai capire davvero cosa pensi?».
«Semplicemente penso che non sempre la legge sia uguale per tutti» risposi con naturalezza.
Il suo volto s’incupì. Agli uffici del PSD mi avevano detto che Flavio era stato per quindici anni nelle forze dell’ordine, che era un uomo integerrimo e duro come l’acciaio, un sergente inespugnabile che faceva rigare dritto i suoi sottoposti con un solo sguardo. Si alzò lentamente dalla sedia e andò verso la sua destra, a consultare la libreria. Poi prese un fascicolo di colore giallo ocra e lo lanciò sul tavolo in segno di sfida. Si risedette al suo posto e cominciò a parlare prendendo tanto fiato.
«Davvero pensi questo, ragazzo?»
«Perché non dovrei?» raccolsi il guanto di sfida.
Aprì il fascicolo. All’interno c’erano un sacco di cartelline trasparenti, documenti, molti articoli di giornale, ritagli fotografici, attestati al merito poliziesco e quant’altro.
Prese una cartellina ed estrasse un foglio di giornale sbiadito.

«Padova» disse cominciando a leggere. «Brillante operazione poliziesca nella città veneta. La collaborazione delle forze dell’ordine regionali con quelle della città di Torino è stata  provvidenziale per catturare Giancarlo Fannorini, noto ricettatore. Per Fannorini sono stati necessari tre anni di appostamenti. I leader dell’operazione sono stati l’ispettore Giovanni Andrelli del distretto padovano e l’agente Flavio Moggelli del commissario plenario di Torino, coordinato dall’ispettore piemontese Vincenzo Ducato».

Stetti zitto.
Prese un altro articolo e ricominciò a leggere.

«Torino. La polizia ha finalmente arrestato Bernardo Mastroni, noto spacciatore e assassino che aveva seminato panico in tutto il nord del Belpaese. Mastroni è stato brillantemente fermato al termine di un inseguimento quasi cinematografico dall’ispettore Flavio Moggelli, che ha sottolineato come questa sia stata la vittoria definitiva della giustizia».

Mi guardò con aria di sfida e sospirò soddisfatto.
«Allora, ragazzino. Cosa ti fa pensare che esista una giustizia fasulla?».
«Il fatto che ci sono decine di reati rimasti impuniti».
«Davvero? E tu sai il perché?».
«Perché la polizia si rifiuta di indagare oltre».
Diede un violentissimo pugno sulla scrivania. Dopo aver resistito a quel colpo, sarebbe durata ancora una buona decina d’anni. Si alzò di scatto e ispezionò la stanza con il suo passo aggressivo e felpato.
«Che insolenza!» esclamò all’improvviso. «Un ragazzino viene nello studio di un uomo di giustizia a dire che … che la giustizia è corrotta! Non hai un briciolo di vergogna!».
«Cosa c’è? Ho solo espresso un’opinione».
«Abbastanza stupida, direi».
«Stronzate».
La stanza si gelò. Ci eravamo conosciuti da nemmeno mezz’ora eppure avevamo già instaurato un clima pesante. Mi guardò con occhi di fuoco, spiritati. Le sue braccia possenti appoggiate alla scrivania tremavano per l’agitazione. Si era sbottonato la camicia, perciò notai ancor di più il suo respiro affannoso, un misto di adrenalina all’ennesima potenza mescolata con tanta rabbia repressa.
Poi si voltò e vide mio fratello. Già, Andrea era rimasto seduto su una piccola sedia sistemata ad est della stanza. Non mi ero nemmeno accorto ci fosse, in quanto non aveva ancora mai aperto bocca.
«Chi è quel piccoletto?» domandò a voce alta.
«Mio fratello Andrea» risposi.
«Resterà con noi?».
«Se ci sono io deve starci anche lui».
Si avvicinò con aria da sbruffone a mio fratello, gli si mise davanti e abbassandosi sulle ginocchia gli chiese:
«Allora giovanotto, quanti anni hai?».
«Cinque» rispose timidamente Andrea.
«Bene. Quindi vai ancora all’asilo?».
«Sì».
«Mi sembri un po’ agitato. Vuoi qualcosa da bere, vuoi mangiare qualcosa?».
Scoprii che Flavio con i bambini sapeva essere quantomeno premuroso. Dovevo aspettarmelo, dopotutto aveva anche lui una figlia, seppur già adolescente.
«No, grazie signore» rispose educatamente mio fratello.
«I tuoi genitori ti hanno educato bene. Sicuro però di non volere niente? Ho della cioccolata in casa, un po’ di torta al limone, dell’aranciata e …».
«No grazie, sto bene così» lo frenò Andrea.
Flavio si sollevò da terra e disse:
«Ok. Allora mangerai a cena come tutti». Poi ritornò alla scrivania con fare militaresco. «Bene, ragazzo.» disse guardando l’orologio a pendolo alla sua destra. «Sono le sette e trenta. Tra poco si cena. Tu intanto sistema la tua roba e quella di tuo fratello nelle camere da letto. Fatti aiutare da Bianca, per il bambino».
«Grazie mille». Mi alzai e gli augurai buon lavoro. Presi per mano Andrea ed uscii dall’ufficio, poi mi diressi nel corridoio ripensando alla conversazione di poco prima. Entrai in salotto e Bianca mi vide, così decise di accompagnarmi alle camere da letto. Per le scale parlò del più e del meno, dei suoi impegni scolastici, del mestiere di suo padre così affascinante e del fatto che da lui potevo imparare molto.
Al piano superiore mi mostrò la mia stanza. Era una camera normale, con un piccolo balconcino e terrazzo per affacciarmi. Il letto era disposto in modo verticale verso la parte sinistra della stanza. In fondo a sinistra c’era una piccola scrivania e a destra un armadio che avrebbe potuto contenere un loft.
Nella camera di Andrea vi era un lettino messo in modo orizzontale, una piccola finestrella, un armadio di fronte al letto e, anche per lui, una piccola scrivania di legno piena zeppa di foglietti e colori a pastello.
«Allora, che ne dite?» domandò Bianca portandosi le mani ai fianchi.
«Ci troveremo benissimo».
«Sono felice. Hai già fatto amicizia con papà?» mi sorrise.
«Amicizia è una parola grossa, diciamo che abbiamo avuto modo di parlare».
«Scommetto che avete discusso, non è vero?» si rabbuiò in viso.
«Be’…»
«Lo sapevo!» esclamò piuttosto irritata. «É sempre il solito burbero. Ma gliene dirò quattro!».
«No, no … abbiamo solo parlato un po’!».
«Quindi non avete litigato?»
«No, battibeccato, ma sempre con il dovuto rispetto».

mercoledì 30 settembre 2015

Alex Fedele - FILE 001 - L'arrivo



EPISODIO 1
La promessa


Volevo andarmene, onestamente. 
I miei capelli neri cadevano sulla mia fronte corrucciata e toccavano le folte sopracciglia.  Gli occhi scuri scrutavano ogni millimetro del vuoto. Per me, che avevo sempre vissuto in una piccola città, era uno shock arrivare in una metropoli come Torino. Ritrovarsi a diciotto anni, a cambiare realtà e abitudini è dura per chiunque. Il taxi su cui ormai ero salito stava giungendo a destinazione e doveva portarmi davanti ad un’abitazione nella quale avrei dovuto abitare per chissà quanto tempo.
Avevo superato brillantemente il corso ministeriale PSD (Promesse Settore Detective) e, sempre per ordini dall’alto, mi accingevo a trasferirmi in una grande città per un periodo di collaborazione con un’agenzia investigativa che si era messa a disposizione del Ministero per scopi puramente economici. Il Ministero offriva una rendita annuale di dodicimila euro a ogni agenzia che si dimostrasse volenterosa e ciò si traduceva in mille euro al mese. Un bel gruzzolo se sommati ai proventi dell’agenzia stessa.
«Siamo arrivati, fratellone?».
«Non ancora, Andrea. Porta ancora un po’ di pazienza».
Per lo più mi ritrovavo con il mio fratellino a carico. Andrea non era un elemento di disturbo. Assolutamente. Sapete però com’è … occuparsi di un bimbo di cinque anni è impegnativo per chi è genitore, figuriamoci per un ragazzino. Il fatto è che mio fratello maggiore era in viaggio per motivi universitari nei vecchi USA, mia madre lavorava presso una compagnia televisiva abbastanza nota in Giappone e non avevamo un padre da circa cinque anni.

Jacopo Grignani


«Siamo arrivati, ragazzo» la voce del tassista risuonò nel silenzio dell’auto coperto solo dal rumore incessante e fastidioso del motore. Il mio fratellino si distolse dal suo giochino, il noto cubo di Rubik e alzò la testa per guardare in che posto ci trovassimo. Ricordo che la sua espressione non mi piacque per niente e che sembrò essere ad un passo dal pianto.
«Grazie signore, quanto le devo?» dissi esibendomi nel mio miglior sorriso triste.
«Quindici euro» rispose lui con freddezza. Afferrò le banconote e ripartì sgommando.
Andrea aveva voluto per forza venire con me. Non gli andava l’idea di vivere negli Stati Uniti con Leonardo, né quella di cambiare completamente cultura in Giappone, seppur ci lavorasse la mamma, donna straordinaria e nel pieno della carriera giornalistica. Per esclusione era stato affidato a me e lui a casa, nella nostra piccola Fondi, si era dimostrato entusiasta, tanto da definire il lavoro di detective privato «uno spasso». D’un tratto però si era immobilizzato, con lo sguardo rivolto sull’asfalto reso ancor più grigio dalle nuvole dei primi giorni di Settembre.
Eravamo fermi di fronte ad un cancello ferrato color ruggine. Fissavamo il palazzotto che c’era al di là del giardinetto tenuto in ordine quanto bastava per fare una discreta impressione. A tutto ciò faceva da contorno un tempo non certo da suscitare applausi e feste. Il cielo di Torino era grigio, fumoso e tremendamente morto
Nella mia città avevo risolto un buon numero di casi aiutando la polizia come consulente. Non è difficile farsi notare quando tuo padre è un giornalista di nera che collabora con le forze dell’ordine e contribuisce a salvar loro la faccia quando è necessario.
«Dobbiamo suonare, piccolo» sussurrai
«Sicuro?».
Risi. La tenerezza di un bambino che aveva paura della nuova realtà.
«Eh sì. Non vorrai mica buscarti un raffreddore?» Non mi rispose per nulla. Abbassò la testa e scomparve nel suo piumotto color verde scuro. Mi abbassai sulle ginocchia, gli sollevai la testa e lo guardai negli occhi.
«Andrà tutto bene» tentai di consolarlo sorridendogli.
Mi guardò con aria sfiduciata e per un attimo mi sentii come uno sfigato.
«Tu non dovrai temere nulla. Starai con me, andrai a scuola, come sempre. Non abbiamo alternative, fratellino. Ti prometto che se farai il bravo avrai un bellissimo regalo, siamo d’accordo?».
Il suo sguardo s’illuminò. Forse lo avevo parzialmente rassicurato e quella era la cosa più importante. Ci accostammo dunque al cancello e una targa di pietra recitava:

AGENZIA INVESTIGATIVA FLAVIO MOGGELLI

C’era poi un campanello con scritta scolorita che diceva: MOGGELLI.
Non feci in tempo a suonare che alle mie spalle si era insediato qualcuno.
«Scusa, cosa stai facendo?» mi domando candidamente.
Mi girai. Devo ammettere che non me ne pentii affatto. Incontrai gli occhi neri di una ragazza pressoché della mia età, forse leggermente più piccola, ma doveva essere comunque questione di poco.
 Il viso che mi ero ritrovato di fronte era davvero gradevole e quanto di più affascinante potessi desiderare: gli occhi scuri mi interrogavano lasciandomi senza parole; le sottili sopracciglia, il nasino minuto e la bocca piccolina erano il preludio di una cascata di capelli neri scalati, lunghissimi e molto ben tenuti. Dopo essere stato circa dieci secondi a fissarla come un perfetto idiota, la lingua cominciò a voler essere indipendente dal cervello e così riuscii a bofonchiare qualcosa.
«Mi chiamo Alex e sono stato mandato qui dal Ministero. Sai, è per quel progetto che ha a che fare con il signor Moggelli».
«Ah sì, hai ragione!» esclamò entusiasta «Dovevo immaginarlo. Be’ ma chi è questo bimbo?» chiese illuminandosi mentre si rivolgeva ad Andrea.
«É il mio fratellino. Si chiama Andrea» risposi ancora disorientato.
La ragazza tentò di socializzare con mio fratello, ma il piccoletto era abbastanza diffidente e quindi si nascose dietro la mia figura, peraltro non certo imponente.
«Scusalo» dissi con un po’ di imbarazzo. «È molto timido».
«Oh, figurati. Ma che ci facciamo ancora qui? Entriamo, ti faccio vedere casa e agenzia».
Così dicendo aprì il cancelletto con un mazzo di chiavi vecchio quanto il mondo e lo richiuse con disinvoltura.
«A proposito, che scema, non mi sono nemmeno presentata. Mi chiamo Bianca. Sono la figlia del signor Moggelli»
«Molto piacere. In qualche senso l’avevo già immaginato» sussurrai.
«Roba da detective?» domandò.

«Già» e risi in modo naturale. Lei fece lo stesso. 

Introduzione ai personaggi principali

Sì, lo so che questa è un tipo di blog che non avrà alcun tipo di futuro, ma proviamo ad essere naturali. Siccome si tratta di un blog novel, cioè di un blog-romanzo (o in questo caso di una serie di romanzi pubblicati a spezzoni, una serie di casi polizieschi, eccetera...) è giusto che dia un piccolo abbozzo dei personaggi principali che ci troveremo ad affrontare. Non sono tutti i personaggi, molti verranno introdotti poco a poco.
Oh, prendetela come viene e se volete ridetemi in faccia, che ve devo dì?

ALEX FEDELE - Ha diciotto anni ed è il protagonista. Figlio di due importanti giornalisti, ha una mente brillante e un sarcasmo che a volte lo mette nei guai. Il suo talento per le investigazioni e per le intuizioni lo portano a frequentare un corso ministeriale (Promesse - Settore - Detective) e a trasferirsi a Torino presso lo studio investigativo gestito da Flavio Moggelli. Lì conosce colui che dovrebbe essere il suo mentore (il detective più anziano, appunto), Bianca e Fabio (figli del detective) e in generale un nuovo mondo da esplorare. Dopo la perdita del padre (ci sarà modo di parlarne a fondo) ha vissuto un periodo di spossamento che ha superato proprio grazie al PSD. Ha due fratelli: Leonardo, il maggiore, che studia negli Stati Uniti ed è un brillante ingegnere che sperimenta aggeggi meccanici che molto spesso gli invia, e Andrea, un bambino di cinque anni che ha voluto seguirlo a Torino. Sua madre lavora come giornalista di punta nella più importante emittente giapponese del momento e vive quindi a Tokyo.

FLAVIO MOGGELLI - Ha circa quarant'anni ed è il detective proprietario dell'omonimo studio investigativo che ospita Alex. Ha due figli (Bianca e Fabio) e vanta una carriera di quindici anni in polizia, prima come agente e poi come ispettore. Ha lasciato la polizia cinque anni prima dell'inizio della storia per cause misteriose che poi verranno chiarite durante la serie. La misteriosa morte di sua moglie lo ha gettato nello sconforto, un'angoscia che gli impedisce di affrontare la questione persino con i propri figli, che cercano di accettare tacitamente il particolare stato d'animo del padre afferrandosi ai valori della vita.

BIANCA MOGGELLI - Figlia minore di Flavio, ha sedici anni. Di indole tipicamente dolce e gentile, non sembra avere peli sulla lingua. Nonostante sia la figlia più piccola è l'unica che cerca di farsi spazio tra i misteri che attorniano la morte di sua madre Giulia. Frequenta un istituto tecnico commerciale e spicca per la sua bravura. Ha grande passione per la scrittura e per la musica. Stringe con Alex un rapporto particolare.

FABIO MOGGELLI - Figlio maggiore di Flavio, ha ventuno anni e studia medicina all'università. Si trasferisce nel corso della serie da una sede esterna a Torino e riprende gli studi nella città natale. Allegro e scanzonato, possiede una profonda anima romantica che lo spinge costantemente alla ricerca del vero amore.

ANDREA FEDELE - Ha cinque anni ed è il fratello minore di Alex. Molto legato a quest'ultimo, ha rifiutato sia l'ipotesi di recarsi negli Stati Uniti con Leonardo, sia in Giappone con sua madre. Dolce, arguto e appassionato di...film dell'orrore!

ISPETTORE CAPO VINCENZO DUCATO - Ha passato la cinquantina ed ha lavorato per più di trent'anni al commissariato plenario di Torino, un impiego di forze non indifferente che l'ha portato ad assumere un carattere duro ed eccessivamente spigoloso. Ha un forte legame di amicizia con Flavio, con il quale ha collaborato per anni.

AGENTE GIUSEPPE NOVENTO - Fedele seguace di Ducato, lo segue sempre nelle indagini principali ed è uno dei poliziotti più giovani e promettenti della città. Coraggioso e servizievole, molti dicono che tra molti anni prenderà lui il posto dell'ispettore.

in aggiornamento...

Come è strutturato questo blog folle e che non avrà alcun tipo di futuro?

Ho sempre avuto passione per le storie del mistero e per i gialli in generale e ricordo che il primo abbozzo di storia che riuscii a metter su fu una pagina e mezza di un gialletto pallido in seconda elementare. Avevo sette anni o giù di lì e la mia maestra elementare (di matematica) lo sequestrò per poi leggerlo in classe di fronte a tutti. Alla fine si complimentò per la fantasia, ma io ero rosso dall'imbarazzo nonostante tutti i miei compagni di classe (eravamo bambini, in fondo...) mi elogiavano per essere riuscito a scrivere una storia "da grandi". 
Quel primo raccontino narrava di un omicidio praticamente scopiazzato da un qualcosa che avevo visto in tv il giorno prima e il protagonista era un detective privato mio omonimo (ma che fantasia, eh?! Ero un genio!). Quando fui abbastanza grande, ma non poi molto, parliamo di pochi anni dopo, iniziai a leggere Sherlock Holmes. Finii i romanzi nell'adolescenza e passai a Poirot. Poi Poe. I thrilleristi come Lehane, Connelly e via dicendo e ancora oggi non sono mai sazio di storie del genere. 
Passando a noi: c'è una storia. Una storia contorta, abbastanza da farsi scrivere per anni. E c'è un tizio così scemo (che sarei io) che per anni non è riuscita a strutturarla come si deve. Su un bloc notes scrissi, quando avevo 16 anni, il primo abbozzo di questa storia. Fu abbastanza naturale, come cosa. Un detective adolescente portento delle investigazioni (influenza di Aoyama con Conan, di Kindachi e di Death Note super evidente, ma per fortuna ci fermiamo qui), un detective più anziano con un passato da svelare e con un carattere burbero e rancoroso, una ragazza che si innamora del detective più giovane, che ha a sua volta una storia personale travagliata alle spalle, seppur abbia una giovanissima età. E poi iniziai a scrivere i primi casi, casi orrendi, brutti, stupidi, con ritmi lentissimi e dialoghi che non funzionavano nemmeno per scherzo. In questi 5-6 anni ho provato più volte a ritoccare la storia sia a livello tecnico che a livello di trama e sono sempre alla ricerca di commenti costruttivi che possano aiutarmi a capire se la storia funzioni o meno. Su vari forum ho avuto la possibilità di essere commentato da qualche utente appassionato di scrittura e queste persone mi hanno aiutato moltissimo esaltando i punti di forza della storia e sottolineando quelli deboli, spingendomi così a lavorarci su. 
LA STRUTTURA
Per questa idea (che mi è venuta nel 2013) devo ringraziare la mia grande passione per le serie tv e per i manga. Le serie tv sono suddivise in stagioni ed episodi, mentre i manga sono composti dai capitoli che formano a loro volta i tankobòn.
L'idea di base è questa: Alex Fedele è (DOVREBBE ESSERE) una storia gialla/poliziesca/drammatica e come in ogni giallo che si rispetti ci saranno vari casi. Siccome ogni caso ha un numero di pagine non indifferente, è bene suddividerli in parti e queste parti saranno mini capitoli conseguenziali. Cioè ci saranno, per esempio, file 1-2-3 per il primo caso, poi 4-5-6 per il secondo e così via, in modo da avere una storia unitaria spalmata su più capitoli (o file, come li chiamiamo io e qualche mangaka in giro per il mondo).
Lo so, questo post è il delirio totale, ma che ci volete fare? Siete voi che avete messo piede qui e ora vi prendete le conseguenze(scherzo, mollate quell'ascia). Ovviamente la storia non è solo strutturata con singoli casi polizieschi, ma vi è una trama orizzontale che scorre via via lungo le stagioni...sì, le stagioni. Non ve l'ho detto? Un libro è una stagione e via dicendo e credo che le cose siano abbastanza chiare. Avremo una cosa del genere:
EPISODIO 1 - TITOLO EPISODIO - FILE 1-2-3 - STESURA
So che molti di voi (ma se 'sto blog lo leggi solo tu, direte voi) staranno storcendo il naso e magari prenderanno questa storia del blog novel come una ragazzata fatta da uno che non ha un cazzo da fare, ma non è così e son pure quasi sei anni che mi dedico a 'sta storia, quindi credo in ciò che scrivo e per me è già un buon risultato. Non ho idea se vi piacerà, ma vi avviso per essere sincero: ci saranno di sicuro delle cose che non vanno. Forse un personaggio messo male, una conseguenza inutile, qualcosa di lì, qualcosa di qui, ma ripeto, sto solo provando a dare un senso a questa storia che mi frulla in testa da anni e la cosa migliore che mi è venuta in mente è aprire un cazzarola di blog così da poter essere libero di fare e pubblicare quando e dove voglio. Non ho idea della periodicità, ma è probabile che all'inizio pubblicherò con maggior frequenza (impegni permettendo), visto che ho mooooooooooooolti file a disposizione per il blog e parallelamente continuo a portare avanti la storia in un forum di scrittura. 
Cercherò di abbracciare più tipi di gialli possibili: giallo classico deduttivo, thriller, hard boiled, noir e cercherò di migliorare. Ah, i primi casi sono stati scritti mooooooooolto tempo fa, diciamo almeno due anni fa, quindi non scannatemi nel caso in cui ci fossero cose che non "suonano".
A dopo
Matteo.